IN VOLO SUL VAJONT
Diga del Vajont
Ci sono luoghi che non possono essere semplicemente fotografati. Luoghi che portano con sé una densità di significato tale da rendere ogni immagine una presa di posizione, ogni inquadratura una scelta etica prima ancora che estetica. Il Vajont è uno di questi luoghi.
Sorvolare la diga del Vajont con un drone significa entrare in uno spazio carico di memoria, di assenza, di silenzio. Significa osservare dall’alto un’opera che è insieme monumento ingegneristico e ferita aperta nel paesaggio e nella storia. Questo progetto nasce da qui: dal tentativo di guardare il Vajont senza gridare, senza spettacolarizzare, senza cercare l’effetto, ma lasciando che sia il luogo stesso a parlare.
Le immagini sono state realizzate con l’autorizzazione del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane, in un contesto di rispetto assoluto per il territorio e per ciò che esso rappresenta. Il volo non è mai invasione, ma distanza consapevole. Uno sguardo che si solleva non per dominare, ma per comprendere.
Il punto di vista impossibile
Il drone introduce un punto di vista che all’uomo è normalmente precluso. Non è lo sguardo di chi attraversa, né quello di chi osserva da terra: è uno sguardo sospeso, intermedio, che si muove lentamente nello spazio. Nel caso del Vajont, questo punto di vista assume un valore particolare.
Dall’alto, la diga perde la sua scala umana e diventa segno puro: una linea netta, un arco perfetto inciso nella roccia. Il canyon si apre come una cicatrice profonda, il paesaggio si mostra nella sua imponenza geologica, indifferente e al tempo stesso testimone silenzioso. È in questa distanza che nasce la possibilità di una lettura nuova, meno emotiva in superficie ma più profonda nel significato.
Paesaggio e memoria
Il Vajont non è solo un luogo fisico. È un luogo della memoria collettiva, dove il paesaggio è inseparabile dalla storia. Fotografarlo significa confrontarsi con ciò che non si vede: con le vite spezzate, con il vuoto lasciato, con il peso delle decisioni umane impresse nella roccia.
In queste immagini, il paesaggio non è sfondo, ma protagonista assoluto. La montagna non accoglie, non consola. Sta. Esiste. La diga appare come un intervento umano di precisione estrema, quasi astratto, che dialoga — o forse si scontra — con la materia primordiale della valle. Il rapporto tra naturale e artificiale è netto, irreversibile, definitivo.
Il silenzio dall’alto
Uno degli aspetti più forti del volo è il silenzio. A quell’altezza, tutto sembra immobile. Non ci sono suoni, non c’è rumore umano, non c’è vita visibile. Le immagini restituiscono questa sospensione: il Vajont come spazio fermo nel tempo, cristallizzato in una condizione che non evolve, ma permane.
Il drone non cerca l’azione, non insegue il movimento. Al contrario, rallenta. Osserva. Rimane. Le fotografie nascono da un tempo lungo, meditato, in cui ogni inquadratura è una riflessione sul peso di ciò che si sta guardando.
Fotografia come responsabilità
Questo progetto non nasce dal desiderio di “mostrare” il Vajont, ma dalla necessità di porsi una domanda: come si può fotografare un luogo che porta con sé una tale stratificazione di significati?
La scelta di un’estetica pulita, rigorosa, priva di effetti drammatici, è una scelta consapevole. Non c’è enfasi, non c’è retorica. L’immagine non giudica, non accusa, non consola. Si limita a esistere, lasciando allo spettatore lo spazio per un confronto personale e intimo con il luogo.
Il volo come metafora
“In volo sul Vajont” non è soltanto una descrizione tecnica del mezzo utilizzato. Il volo diventa metafora di uno sguardo che si solleva dal racconto immediato per cercare una comprensione più ampia.
Guardare dall’alto significa sottrarsi alla tentazione del dettaglio emotivo per entrare in una dimensione più astratta, quasi contemplativa. Il Vajont, visto così, non è solo tragedia, non è solo opera ingegneristica: è un punto di frattura tra l’uomo e il paesaggio, tra ambizione e limite, tra controllo e perdita.
Un luogo che continua a interrogare
Queste immagini non vogliono chiudere un discorso, ma aprirlo. Il Vajont continua a interrogare chi lo guarda, continua a porre domande sul nostro rapporto con il territorio, con la tecnologia, con la responsabilità delle scelte umane.
Fotografarlo oggi significa riconoscere che il paesaggio non è mai neutro. È un archivio vivente, un corpo che conserva tracce, un luogo che chiede rispetto prima ancora che interpretazione.
Conclusione
“In volo sul Vajont” è un progetto che nasce dal silenzio e al silenzio ritorna. Non cerca risposte definitive, né pretende di spiegare. È un atto di osservazione, un gesto misurato, un tentativo di restituire al paesaggio la sua complessità senza semplificarla.
Perché alcuni luoghi non chiedono di essere raccontati ad alta voce. Chiedono soltanto di essere guardati con attenzione, da una distanza giusta, nel rispetto di ciò che sono stati e di ciò che continuano a rappresentare..